Pescia (mercoledì 17 dicembre 2025) — Omero Nardini, ricercatore di storia locale, interviene nel dibattito sul futuro della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, prendendo spunto dall’articolo di Filippo Ceccarelli, “Se Pinocchio fa crack”, pubblicato su il venerdì di Repubblica il 21 novembre. Un contributo dal tono ironico e talvolta sarcastico che, secondo Nardini, ha il merito di mettere in luce «il più classico e polivalente rimpallo di responsabilità» che da tempo accompagna la gestione della Fondazione.
di Matteo Della Bartola
Ceccarelli, nel suo articolo, parla dei «misteri ingloriosi della Fondazione Collodi», evocando buchi di bilancio improvvisi, un intreccio confuso tra fondi Pnrr, prefettura e sindacati e ipotizzando una gestione «troppo allegra e monocratica». Sullo sfondo, il rischio che la crisi venga utilizzata come alibi per aprire la strada ai «grandi player» e alle multinazionali dell’educainment, pronte a entrare in scena con promesse mirabolanti e obiettivi di profitto.
Secondo Nardini, la vicenda affonda le radici già nell’era della presidenza Bernacchi, segnata – a suo giudizio – da una gestione fortemente personalistica. Un’impostazione che non sarebbe stata superata con l’arrivo alla presidenza di Giordano Bruno Guerri, indicato come garante di una continuità definita “strategica”, ma non certo innovativa. «Nel nostro Paese – osserva il ricercatore – spesso i mali vengono affidati alle cure di chi li ha provocati o almeno avallati».
A rimanere saldamente in sella è anche il consiglio generale della Fondazione, nonostante risultati giudicati deludenti e alcune dimissioni significative. Un organismo che, secondo Nardini, appare sempre più caratterizzato dalla presenza di rappresentanti del mondo imprenditoriale, in una dinamica che rischia di tradursi in una sostanziale privatizzazione del Parco di Pinocchio, nato grazie all’impegno di figure meritevoli e sostenuto nel tempo da ingenti risorse pubbliche.
Il “ballo delle responsabilità”, però, non riguarderebbe solo la governance della Fondazione. Nel mirino finiscono anche i rappresentanti politici a tutti i livelli, locali e regionali, accusati di non aver mai sollevato obiezioni o richieste di chiarimento, così come le istituzioni di controllo – dal Comune alla Regione Toscana, fino al Ministero dei Beni Culturali – e le stesse organizzazioni culturali cittadine, rimaste a lungo in silenzio.
Nardini denuncia inoltre l’assenza di un vero dibattito pubblico sul futuro della Fondazione e sulla sua reale situazione finanziaria. A oggi, sottolinea, non è nemmeno chiaro l’ammontare esatto del debito: si parla di due o tre milioni di euro, o forse di cifre ben più alte. Nemmeno gli uffici della Fondazione sarebbero in grado di fornire dati certi, mentre bilanci e rendiconti chiari e completi appaiono come «roba d’altri tempi». Incerto anche il valore del Parco di Pinocchio, che dovrebbe confluire in una nuova società: nessuna perizia ufficiale lo attesterebbe.
L’auspicata “operazione verità” sulla gestione della Fondazione e sulle condizioni finanziarie delle sue società collegate, definite da Nardini come entità “fantasmatiche” ma capaci di generare passività rilevanti, resta dunque lontana. Una situazione che, con amara ironia, porta il ricercatore a richiamare le figure del Gatto e della Volpe, simboli collodiani di cattive intenzioni e illusioni, come metafora di una responsabilità diffusa e mai davvero assunta.
E conclude con una provocazione: forse, per far fronte all’esposizione finanziaria, varrebbe la pena provare a piantare zecchini sotto la Quercia di Pinocchio, invece di confidare in presunti e mai formalizzati interventi salvifici dei privati, evocati da tempo senza che a essi corrispondano impegni concreti.
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